Lettura celebrativa del 120° - Pane Quotidiano

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Eventi

Firenze, … 1898. Difficile per noi oggi riuscire ad immaginare quale fosse la vita a Firenze alla fine dell’ottocento: ci vengono in soccorso i documenti dell’epoca, che ci descrivono una città impoverita, nella quale l’accattonaggio era percepito come una piaga sociale.

In verità, tutta l’Italia di fine secolo era in condizioni economiche critiche: il paese, infatti, subiva gli effetti delle ingenti spese militari affrontate, dopo l’unità, per dotarsi di un esercito, di una marina e di una rete infrastrutturale al passo con i tempi. Il paese, in aggiunta, pativa anche le conseguenze di un’avventura coloniale che non aveva portato gli effetti immaginati, ma che aveva tuttavia assorbito ingentissime risorse pubbliche.
A ciò si aggiungevano le conseguenze deleterie della crisi dell’agricoltura, verificatasi in quegli anni, e quelle dell’inurbamento incontrollato delle popolazioni, in parte conseguenza di quella crisi, e dell’emigrazione imponente (si pensi che ben 2.000.000 di italiani avevano lasciato il paese negli ultimi 20 anni del secolo), emigrazione che depauperò evidentemente la penisola di quella parte della popolazione più attiva sotto il profilo lavorativo.

Per parte sua, la Firenze di fine secolo subiva, in aggiunta agli effetti della crisi economica comune a quella del resto del paese, anche ed ancora i contraccolpi delle ingenti spese che aveva dovuto sostenere nel momento di accogliere la sede della capitale d’Italia, e ancor più le ripercussioni economiche negative della perdita dello status di capitale, a favore di Roma, pochi anni più tardi. Una condizione economica che si concretizzerà drammaticamente nel 1878 addirittura con il fallimento del Comune, sotto il peso dei debiti.
In questa Firenze, affollata di famiglie che vivevano in condizioni di marginalità e di estremo bisogno, si concretizzarono numerose nuove iniziative filantropiche, soprattutto ad opera del notabilato cittadino di vecchia tradizione liberale moderata, che si era in parte allontanato dalla politica attiva e dall’impegno diretto nella gestione della cosa pubblica. Il fenomeno andava perpetuando, peraltro, una tradizione cittadina (e, più in generale, toscana) che risaliva addirittura alla Firenze dei Medici, e che si era consolidata nella toscana granducale, con la creazione di numerose opere pie, al tempo prevalentemente sotto l’egida della nobiltà e della chiesa.

La tradizione filantropica fiorentina era allora improntata ad un atteggiamento sostanzialmente paternalistico, piuttosto che al concreto riconoscimento di inalienabili diritti delle masse popolari, e gli storici hanno messo bene in evidenza tale aspetto della questione, sulla quale non è questa la sede per approfondire, ma che si concretizzò in un atteggiamento, se non critico, certamente poco entusiasta, nei confronti della legge crispina del 1890, che aveva inteso normare, sotto l’egida della parte pubblica, il complesso panorama delle attività delle “istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza”, come si chiamavano allora.

Checché se ne pensi oggi, certo allora la filantropia privata assolse un’importante funzione sussidiaria (se non addirittura, in certe circostanze, vicaria) rispetto all’azione dell’amministrazione, oberata – come si è detto – dai debiti, e dunque non in grado di far fronte alle esigenze crescenti della parte meno fortunata della popolazione.
Come si diceva, le condizioni economiche di larghe parti della popolazione erano veramente miserevoli. Esse sfoceranno, pochi mesi dopo l’inizio di quel tragico anno, nella “rivolta degli stomaci” – così la definì Napoleone Colajanni nel suo libro “L’Italia nel 1898. Tumulti e reazioni” – che culminerà a Milano nei gravi fatti di sangue dell’8 maggio, fatti che portano il triste nome di Bava-Beccàris.

A Firenze la crisi porterà alla promulgazione dello stato d’assedio, il 2 maggio di quello stesso anno, oltre che ad analoghi, tragici fatti di sangue, come quello che oggi viene ricordato come “l’eccidio del pane di Sesto Fiorentino” del 5 maggio 1898, magistralmente raccontato e analizzato in un recente libro da Fabio Bertini.
Dall’estate precedente quel 1898 la crisi economica dell’Italia si era ulteriormente aggravata, in parte per gli effetti di un cattivo raccolto del grano nel nostro paese e nei paesi dai quali esso veniva importato, in parte per l’incremento del costo dei trasporti marittimi, a causa della crisi di quegli anni fra Stati Uniti e Spagna, crisi che porterà i due paesi alla guerra per il controllo di Cuba, e che aveva inciso anch’essa assai negativamente sul prezzo dei cereali d’importazione.

In questa situazione, la povertà diffusa appariva drammatica nella sua cruda realtà: Anna Pellegrino, in un recente lavoro, ha raccolto una folta documentazione a riguardo, dalla quale emerge un quadro sconfortante, dove malattie da denutrizione e mortalità infantile sono le tristissime protagoniste.

È in un tale scenario che l’iniziativa di alcuni notabili fiorentini si concretizzò nella creazione della Società Filantropica del Pane Quotidiano.
Mi piace riportare qui i nomi di quei benemeriti, quali ci vengono tramandati dalla stampa quotidiana dell’epoca: Saverio Fera, Enrico Pegna, Antonio Pierazzuoli, Ezio Luisada, Cesare Rapi, Angiolo Orvieto, Granato Granati, Giuseppe Lumachi, Ottavio Parenti, Giov.Batta Negrotto. Molti di questi nomi non sono sconosciuti ai fiorentini ancora oggi.
Lo statuto dell’Associazione, nella sua prima stesura, era tutto contenuto in due paginette assai scarne, ma i due ultimi articoli meritano di essere menzionati: l’articolo 14 recitava “le discussioni politiche e religiose sono assolutamente proibite, tanto nell’Assemblea generale, quanto nelle adunanze del Consiglio direttivo e in quelle dell’Ufficio di Presidenza”. Ed il successivo (ed ultimo) articolo 15 dichiarava: “L’opera del Pane Quotidiano vive di vita autonoma ed indipendente”. Affermazioni che trovano concreta espressione ancora oggi nel carattere apolitico ed aconfessionale dell’Associazione, che si rivolge a chiunque si trovi in difficoltà, senza distinzioni di nazionalità, credo religioso e convinzioni politiche.

Il quotidiano “La Nazione” del 30 gennaio 1898 conteneva in seconda pagina un articolo dal titolo “Per il pane quotidiano”, che riportava il testo di un ordine del giorno, a firma di Ottavio Parenti, che così recitava: “Il Consiglio direttivo della Società per il Pane Quotidiano, fermo nel proprio concetto, desideroso nello svolgimento dell’opera propria di aiutare le istituzioni della città che hanno col Comitato medesimo somiglianza di scopo, ed alla sua volta di giovarsi del loro appoggio morale, incarica la propria presidenza di aprire con la Direzione delle Cucine economiche già esistenti, delle trattative a tale scopo”. L’ordine del giorno era stato approvato all’unanimità.

L’Associazione dei Medici Condotti – particolarmente sensibile agli effetti sulla salute che lo stato di miseria di gran parte della popolazione aveva determinato – sostenne da subito l’iniziativa, ed il Ministero degli Interni assicurò all’associazione un contributo di cento Lire, dietro sollecitazione dell’allora Prefetto Generale Sani.

All’Associazione venne concesso l’uso della sede della Società Protettrice dei Fanciulli, in via Ricasoli 39, dove venivano ricevute le adesioni, e venivano date alla popolazione tutte le informazioni necessarie per poter approfittare delle sue attività benefiche; il quotidiano cittadino, insieme ad altri fogli, fra i quali mi piace ricordare “Il Burchiello”, cominciò a pubblicare, con cadenza quasi quotidiana notizia delle nuove adesioni all’Associazione, e delle relative donazioni, che ne consentivano il funzionamento efficace, concretizzatosi nell’apertura di alcune “mense dei poveri” in diverse zone della città.

Non è qui il caso di passare in rassegna il lungo elenco di Presidenti che, dall’epoca della fondazione, si sono succeduti alla guida dell’Associazione. Basti dire che ognuno di loro, ciascuno con le proprie peculiari qualità e competenze, ha contribuito a mantenere viva fino ad oggi la luce di quella fiaccola accesa oltre un secolo fa, luce che ha brillato a volte più sfolgorante, a volte meno vivida, ma che non si è mai assopita del tutto, attraversando immutata, indenne e vitale il secolo breve, per illuminare oggi una strada che conduce l’Associazione verso nuovi traguardi.

Il raggiungimento di tali traguardi è oggi a portata di mano, reso possibile da rinnovati rapporti di collaborazione con l’Amministrazione pubblica, con Enti, Fondazioni ed Associazioni consorelle, e con Club di servizio; a questo proposito mi piace citare l’apporto sostanziale e decisivo della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, qui rappresentata dal Suo Direttore Generale, e i numerosi amici Lions intervenuti, che mi piace ricordare per le recenti importanti iniziative a nostro favore che li hanno visti protagonisti.
La conquista di tali mete sarà certamente favorita anche dall’avvento di un quadro normativo innovativo, quale è quello realizzato con la promulgazione del Codice del Terzo settore nel luglio scorso, codice che attribuisce al nostro sodalizio la qualifica di “Associazione di Promozione Sociale”, e le consente di accedere a risorse altrimenti difficilmente acquisibili; tale recente normativa, inoltre, riconosce vantaggi fiscali non banali ai titolari di erogazioni liberali, incentivando così, sperabilmente, l’intervento finanziario concreto dei privati a favore di associazioni come la nostra.

Infine, ma non ultimo, la realizzazione di nuovi progetti potrà essere ulteriormente facilitata dall’impiego su larga scala di strumenti innovativi di comunicazione e di raccolta fondi, che basano la loro forza di penetrazione sull’utilizzo sempre più largo del mezzo informatico, se saremo in grado di sfruttarne al massimo le peculiarità e le caratteristiche.
Anche se oggi il panorama sociale nel quale si esplica l’attività dell’Associazione è ben diverso da quello che ne vide la nascita 120 anni fa, non sfugge a nessuno che esso è ancora caratterizzato dall’esistenza, purtroppo, di aree di marginalità e di abbandono che richiedono più che mai, in un paese avanzato com’è il nostro, l’intervento deciso e convinto di organizzazioni capaci di svolgere un’azione sussidiaria, rispetto a quella dell’amministrazione pubblica, in tutte quelle situazioni “di confine” che ne limitano forzatamente le possibilità di iniziativa e l’efficacia. Per questo è con orgoglio che l’Associazione del Pane Quotidiano di Firenze si pone al servizio delle Istituzioni fiorentine e dei singoli, per sopperire col proprio intervento a quanto non è nel potere della parte pubblica.

(Luigi Maria Pernice)
 
 
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